ho da poco compiuto 40 anni, e la prospettiva di vivere da adulto in un paese finalmente normale, dopo decenni segnati da terrorismo, stragi, criminalità organizzata, ruberie endemiche e guerra civile strisciante mi pare ancora oggi una chimera irrealizzabile. Sono nato nel 1971, record del boom tra gli anni del baby boom, e credo che questo fatto abbia in certa misura influenzato diversi aspetti della mia vita: da quando le scuole che frequentavo risultavano inadeguate a causa del numero crescente di studenti (ma allora lo Stato, nelle sue diverse articolazioni, era ancora in grado di adottare tempestivamente ed efficacemente le contromisure richieste, costruendo nuovi edifici scolastici che puntualmente venivano inaugurati man mano che passavo dalle elementari, alle medie, fino alle superiori), sino ai tempi dell'Università, dove mi ritrovavo a dovermi sedere sui davanzali delle finestre per poter assistere alle lezioni (erano gli anni Novanta, e lo Stato già non dimostrava più la stessa efficacia d'azione), fino allo sbocco nel mondo del lavoro, per la nostra generazione contraddistinto sin dagli esordi dall'incertezza, dal precariato, dalla frustrazione per le aspettative vanificate.
Credo che questo trend continuerà: siamo la generazione che paga tasse e contributi previdenziali sempre crescenti, che dovrà sopportare il peso di un debito della cui accumulazione non siamo – se non in minima parte – responsabili, che – con le gracili forze che la situazione economica ci mette a disposizione – dovrà inventarsi la ricetta magica per fare fronte agli impegni presi (non da noi!) e contemporaneamente delineare faticosamente un futuro dignitoso per noi stessi e per i nostri figli. E che (dulcis in fundo!) non andrà mai in pensione o, se ci andrà, potrà contare su una frazione infinitesimale di quanto invece è stato dato per scontato (e dovuto!) dalle generazioni che ci hanno preceduto (solo un paio, per la verità: quella dei nostri padri e, in parte, quella dei nostri nonni).
Che armi abbiamo per cambiare questa situazione? Una sola, purtroppo: i nostri genitori ed i nostri nonni ci hanno insegnato che è tramite la politica che i cittadini possono rendersi artefici del proprio futuro, e tale insegnamento non intendiamo rinnegare, a meno di non voler caldeggiare pericolose fughe in avanti che, per fortuna, appaiono ormai inesorabilmente fuori moda, tranne forse per qualche stolto manipolo di facinorosi largamente minoritari che riappaiono dalle tenebre ogniqualvolta una ribalta in vista fornisce loro l'opportunità per apparire (e quindi continuare ad esistere), ultima in ordine di tempo quella connessa alla vicenda del TAV (su cui esprimo peraltro forte contrarietà, ma non nelle forme viste negli ultimi mesi da quelle parti).
Dico “purtroppo” perché mai come in queste ultime settimane tale unico strumento di trasformazione virtuosa della società pare un'arma spuntata e priva di efficacia: non voglio sprecare una sola parola su B. – taccio per carità di patria – ma più d'una ne voglio invece spendere sull'alternativa a B., giacché se B. perderà mai il potere (lo farà, prima o poi, e più prima che poi a mio parere) ci troveremo forse con un problema più grosso dell'attuale: chi dopo di lui?
Per quanto riguarda il centrodestra, il PDL non uscirà indenne dal tracollo di B., e le mille contraddizioni e faide intestine emergeranno alla luce del sole un minuto dopo l'uscita di scena del capo-padrone. Per quanto riguarda la Lega, essa dovrà seriamente lavorare per raddrizzare il timone di un partito la cui guida risulta da troppo tempo esitante, opaca, contraddittoria, distante anni luce da una – pur velleitaria, controversa e sedicente – purezza originaria che negli anni si è sciolta come neve al sole, lasciando spazio ai più biechi e torbidi accordi di sottogoverno, a tutti i livelli amministrativi.
Ma questo è il campo avverso, per così dire, e lasciamo quindi fare a loro.
Che dire invece del nostro campo? Spettacolo penoso, o meglio indecoroso, verrebbe da dire.
Il PD, che ha messo la testa sotto la sabbia per tanti anni, si trova ora sotto schiaffo per l'inquietante sequenza di “questioni morali” che lo riguardano; ma la tripletta Pronzato-Tedesco-Penati altro non è che la punta di un iceberg – non necessariamente rilevante penalmente, è bene chiarirlo subito – che parte da Greganti (vicende ancora non chiarite adeguatamente come quella relativa al complesso commerciale Le Gru di Grugliasco, in cui ebbe un ruolo anche Fassino), passa per il mitico “Abbiamo una banca!” (sempre Fassino), per poi lambire la dalemiana Fondazione Italianieuropei, il tutto costellato da episodi marginali ma significativi come il famoso “pizzino Latorre” passato all'avversario politico in diretta su La7. Ma l'iceberg era chiaramente visibile, bastava un piccolo sforzo per intravvederlo, tant'è che molti lo hanno visto eccome, ed oggi non si stupiscono più di tanto di quanto emerge.
Abbiamo poi un Di Pietro che ha oggettivamente perso parte dello smalto e della carica propulsiva che lo hanno contraddistinto, mentre la sua stanchezza lascia trasparire in modo ancor più evidente la pochezza della classe politica che si è radunata sotto i suoi vessilli. Scilipoti e Razzi, dopo De Gregorio, non sono più definibili un isolato caso dovuto all'inesperienza ed all'impossibilità di controllare tutto e tutti, ma segnano irrevocabilmente il fallimento di un metodo dirigistico di selezione e formazione della classe dirigente che si dimostra inevitabilmente permeabile ad infiltrazioni di personaggi di dubbie qualità, capacità e moralità.
C'è poi la speranza Vendola, ma io sono ancora in attesa di capire chi c'è in quel partito/movimento oltre a Vendola stesso (non mi interessano gli one-man show, dopo la nausea di quello propinatoci negli ultimi 17 anni), e temo sinceramente di vedermi comparire davanti i soliti nostalgici con stella rossa sovietica d'antan sul bavero della giacca: sarebbe francamente insopportabile, oltre che offensivo, visto il giudizio che la Storia ha ormai scritto in via definitiva sulla parabola del comunismo.
Infine Grillo, chiuso nel suo solipsismo sterile, il che è un paradosso per chi ha posizioni sostanzialmente condivisibili al 99.9%, ma non si rende conto che – oltre all'enunciazione di meritorie posizioni programmatiche, peraltro spesso contraddistinte da uno spirito autoassolutorio con finalità catartiche che per ciò stesso non ha la capacità di incidere sul vissuto concreto delle persone – è altrettanto necessario trovare i modi e le pratiche tramite le quali ricostruire un discorso politico costruttivo, efficace, concreto, democratico, condiviso.
Nel frattempo “la situazione politica ed internazionale non è buona”, come diceva il poeta.
Io credo che la mia generazione dovrebbe trovare il modo di esplicitare un fermo e convinto – ma anche responsabile – ultimatum a questa classe dirigente. Un ultimatum coordinato, dichiarato apertamente, quindi non gestito dai singoli in solitudine, bensì da una intera generazione in modo collettivo, pronto a trasformarsi in onda travolgente, in quanto coordinata e consapevole, nelle urne.
Non si scherza, stavolta. Troppo spesso in passato ci siamo turati il naso votando improbabili “principali esponenti dello schieramento avverso” a B., ma anche piccoli e grandi truffatori e voltagabbana, mediocri portaborse promossi al ruolo di parlamentari per pure appartenenze di corrente o subcorrente, tutti nominati senza confronto democratico direttamente dai vertici dei partiti.
Ma questa volta ne abbiamo le tasche piene. Non ci crediamo più. Chiediamo urgentemente:
a Bersani – letteralmente – di vuotare il sacco, di raccontare tutto, di portare prove, ed anche di riconoscere eventuali errori commessi in buonafede; le spiegazioni date sinora, a causa della loro parzialità, goffaggine ed imprecisione danno l'impressione di voler coprire chissà cosa; è urgente, se si può e si vuole, sgombrare il campo definitivamente da ogni dubbio;
a Di Pietro di individuare un percorso credibile e serio di democratizzazione del proprio partito e di elevazione del profilo morale ed ideale dei suoi esponenti; il suo partito lo conosco bene, anche dall'interno, e né io né – in fondo – Di Pietro stesso crediamo alla storiella della modifica dello statuto, dei congressi nazionali e regionali ecc. ecc.; si riparta dalla tanto vituperata lettera di De Magistris, Alfano e Cavalli, ma stavolta senza arroganza e supponenza, ed entrando nel merito delle questioni, lavorando di bisturi e – se serve – di accetta;
a Vendola di andare oltre la “narrazione” e di riempire di contenuto e persone valide un progetto politico nuovo come quello di SEL, o possibilmente anche più ampio, proseguendo con coraggio, coerenza e determinazione nella demolizione dei Moloch ideologici della sinistra che tanto hanno danneggiato la sinistra italiana stessa e, di riflesso, il paese, in termini di mancanza di alternative concrete e realistiche;
a Grillo di scendere dal trespolo della pittima, perché non esiste politica senza confronto, e le pratiche “democratiche” che lui propone come panacea di tutti i mali (essenzialmente la combinazione bizzarra di un “muezzin” digitale che dirama comunicati di fatto unilaterali sul web, più una serie di algide procedure informatiche per la selezione di idee e persone) sono sicuramente stimoli interessanti di discussione e delineano una possibile/probabile evoluzione degli strumenti partecipativi, ma necessitano anche di una virtuosa integrazione con pratiche, strumenti, forme e luoghi di vita democratica più tradizionali, oltre che di un approccio più orientato al dialogo costruttivo che all'invettiva autoassolutoria.
Questo ultimatum deve risuonare come la campanella del “last order” dei pub inglesi. E' l'ultimo giro, dopo non ci sarà più da bere per nessuno.
Lancio la proposta. Troviamo le modalità per dare l'ultimatum a questa classe dirigente. E' venuto il momento per la nostra generazione di mettere sul piatto le proprie aspettative, aspirazioni, richieste, attendere le risposte che ci meritiamo e, se le risposte non arriveranno, iniziare a fare la propria parte, ribaltando il tavolo dei bari e ridefinendo le regole di un gioco nuovo, al di là di ogni schema tradizionale. Non si tratta di fare gli "indignados" per una settimana in piazza, ma di riprendere in mano gli strumenti per tracciare consapevolmente il proprio futuro.